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Parola di Bocca

22 marzo 2010 di Federico Ferrero 501 views 4 Comments

Lo chiamano il due, i galeotti. È il civico due di via San Vittore, l’ingresso principale delle patrie galere a due passi dalla basilica di Sant’Ambrogio. Vallanzasca, Tangentopoli, Brigate Rosse: una bella fetta della storia nera d’Italia è passata di qui. Due svolte rapide e Milano nasconde una viuzza sconosciuta ai più: cancello all’entrata, cancello al fondo, portiere di guardia. Ville ristrutturate, palazzine d’epoca, giardini, prezzi da gioielleria. Abita qui Giorgio Bocca, a metà strada tra il carcere e la chiesa. Il provinciale urbanizzato vive i suoi novant’anni con la moglie e compagna di mestiere Silvia Giacomoni, la servitù, i gatti e un giovane segretario dall’aria antica, quasi cavouriana. Che gli legge le mail, risponde al telefono, gli passa il conto della gastronomia da saldare; di tanto in tanto, quando Bocca argomenta, commenta con espressioni eloquenti e sempre mute. Sulla scrivania giace Annus horribilis, ultima delle produzioni di casa Bocca. Accanto, una copia del Giornale che battezza così l’ultima fatica letteraria del partigiano con la penna: Questo Bocca furioso somiglia a un fascistone. Solleticato dalla memoria lombrosiana del Cavour, è sul Risorgimento che vorrei attaccare. Bocca, però, ha voglia di dire la sua sull’ex foglio di Montanelli, passato di mano dal livoroso bresciano Maurizio Belpietro al livorossimo Vittorio Feltri, un mastino di cui Bocca dice sia prudente aver paura.

Giorgio Bocca, classe di ferro 1920

Sul Giornale di Berlusconi quelli che recensiscono i libri, volendo parlar bene del mio libro ma dovendone per forza parlare male, hanno scritto che sono un reazionario fascistone perché sono un conservatore. Un paradosso ridicolo.

Dicono anche che, rispetto a lei, Berlusconi è un uomo di sinistra.
Sì, dicono che è un progressista, che è rivolto al futuro. Robe da matti.

Cosa la infastidisce di più di Berlusconi? L’imprenditore che ha sdoganato valori di serie C, il demagogo che ha imbarbarito la politica o cos’altro?
La bugiarderia. Quella di uno che va in Israele a dire che hanno fatto bene a bombardare i bambini e poi ha il coraggio di andare dai palestinesi a sostenere il contrario.

Secondo lei che influenza ha avuto Berlusconi sulla coscienza civica italiana?
Sicuramente Berlusconi impone una riflessione sui ruoli delle grandi personalità nella storia. Sono loro che decidono la storia o invece subiscono il consenso? Devo dire che lui, per esempio, ha avuto un peso notevole nel peggioramento della situazione nel Paese.
 

E dopo Silvio cosa vede?
Bella domanda. Comunque sarà meglio, penso. Perché non ha tutte le colpe, la colpa maggiore è degli italiani, ma lui ha dato una grossa mano. Questa situazione di attrito con la magistratura, per esempio, è tutto merito suo. Poteva accontentarsi di avere i suoi avvocati miliardari che lo salvano sempre, invece no.

È tra quelli che covano la nostalgia del pentapartito?
No, ma certamente in politica abbiamo avuto tempi migliori. Anzi: questo, dalla nascita della Repubblica, è sicuramente il peggiore.

Come difensore a oltranza dell’eccellenza piemontese come vede la parabola della politica espressa dalla nostra regione? Prima Cavour, poi Giolitti e Einaudi. L’ultimo presidente del consiglio piemontese fu Giovanni Goria. Poi più niente.
Ecco perché sono attaccato al Risorgimento: fu un miracolo. Da partigiano ero repubblicano perché ce l’avevo coi Savoia che ci avevano consegnato al fascismo, però la vecchia casa Savoia aveva avuto grandi meriti. Un piccolo stato che ha avuto il coraggio di fare guerra a un impero come l’Austria…

Una tradizione non mantenuta.
Sì, ma credo non solo in Piemonte, in tutta Italia. La classe politica è penosa. Anche quelli di sinistra, purtroppo. Può anche darsi che, adesso, l’avidità abbia travolto molti piemontesi ma io ne conservo una visione, come dire, einaudiana. Per me Einaudi è stato l’uomo rappresentativo del Piemonte: colto, intelligente, razionale ma anche taccagno. Dallo studio guardava col binocolo i contadini che lavoravano e quando ne vedeva uno che dormiva gli toglieva due lire di paga. Può sembrare spilorcio ma era giusto: a ognuno il suo, secondo il merito.

Lei parla di Giulio Einaudi, figlio del presidente della Repubblica Luigi, fondatore della casa editrice.
Sì, e per me era il maestro dei maestri. Scriveva un italiano perfetto.

Non fa mistero di non apprezzare il giornalismo delle ultime generazioni.
Oggi ci sono giovani giornalisti, specie le donne, che iniziano articoli con giri letterari infiniti. Si vede che il redattore capo non insegna più niente. L’articolo si inizia alla anglosassone, con le cinque W: chi, cosa, dove, quando, perché. I commenti vengono dopo.

E invece?
E invece il comandamento di dare prima la notizia e poi scrivere i commenti è stato sconfessato. Adesso si fa della letteratura cattiva, senza notizia né commenti.

Ha sempre difeso l’importanza dell’uso di una lingua chiara e comprensibile. Che non significa per forza semplificare concetti.
Ecco perché sono grato a mia madre che era maestra elementare e a Giulio Einaudi, anche se il suo esempio non è più seguito. Leggi un giornale, oggi, e metà delle parole sono straniere, l’italiano dei giornali e della televisione è spesso incomprensibile. Le cronache economiche sono astruse, non si fa il minimo sforzo per farsi capire. Questa storia che il linguaggio professionale deve essere complicato non è vera. Tutto si può spiegare.

Gioàn Brera (1919-1992)

Obiezione: se tutti scrivessero articoli secondo l’antica regola anglosassone non avremmo i Gianni Brera, i Gianni Clerici.
Infatti io sono sempre stato allergico ai breriani. Brera era molto intelligente, e pure prepotente, ma esagerava nell’uso della lingua per mostrare che sapeva scrivere in modo raffinato. Clerici racconta delle belle cose. Ma la notizia, spesso, manca del tutto.
 

Tempo fa ebbe uno scontro con la famiglia Fenoglio, quando definì falsa la resistenza raccontata da Beppe. Perché disse quelle cose?
Sì, ci fu una polemica. A me come scrittore Fenoglio piace. Avevo osato dire però che, come visione partigiana, non ero d’accordo. Lui parla dei ventitre giorni della città di Alba come di una festa dei cowboy americani, e non era così. Ha colorito all’americana il partigianato, che invece era molto langarolo. 

Ricorda, però, che ai tempi dei Ventitre giorni fu proprio la sinistra a sparare addosso a Fenoglio? A chiamarlo sacrilego perché non celebrava la Resistenza?
Furono quelli che l’avevano fatta, la Resistenza, che sapevano che non era così. Fu una cosa molto piemontese e molto seria. Non c’era festa. A leggere Fenoglio sembra quasi che per ventitre giorni ad Alba ci sia stato il carnevale. Invece si aspettava che tornassero i fascisti e i tedeschi. 

Non gli riconosce di aver avuto un ruolo nel dissacrare i miti della Resistenza?
Ma perché dissacrare? Dico io: cara grazia che c’è stata, la Resistenza, cosa vuoi dissacrare? Un popolo sempre sconfitto che per una volta fa una guerra di volontari e la vince. Le nostre armi erano inferiori e non potevamo fare gli eroi, certo. Ma la Resistenza fu la nostra ultima grande occasione. 

Lei ne parla spesso come dell’ultima occasione.
L’ultima occasione e anche l’ultima l’illusione. Mi ero illuso che l’Italia potesse cambiare. Invece non è cambiato niente. 

Si offende se la chiamano catastrofista?
Lo sono per motivi reali. Ma sono anche realista. Ammetto solo di essere vecchio, forse è anche per questo motivo che sono pessimista. Il denaro è l’unico valore appetibile dell’uomo.  

A proposito di denaro, la sposto nelle Langhe. Ormai le colline sono tutte vitate: altro omaggio al dio denaro?
Io raccolgo le lamentele di mia figlia Nicoletta, che è viticultrice a Dogliani. Sicuramente, a parte i vini nobili come Barbaresco e Barolo, gli altri sono molto sacrificati. Il dolcetto? La gente non sa neanche cosa sia, pensa sia un vino da dessert. La Barbera è quasi scomparsa, nei ristoranti non te la servono manco più. 

Sì, ma le colline sono tutte sacrificate alla produzione vinicola.
La vigna abbellisce, non imbruttisce, è decorativa e geometrica. A me piace. 

Le piacciono anche le cantine-catafalco, i mostri modernisti che abbelliscono le Langhe?
Certo che no. Una volta c’erano cantine sotterranee, nelle vecchie cascine. La mania di farsi la cantina nuova ha  creato qualche obbrobrio. Colpa anche di una generazione di geometri e ragionieri primitivi, che ha rovinato tutto. 

 Lei era molto amico di un patriarca del vino, Bartolo Mascarello. 

Il barolo di Mascarello

Grande amico, sì. Già il padre era molto spiritoso e intelligente. Bartolo era una persona di grande cultura. Il famoso detto “No barrique non Berlusconi”, poi, è stato un colpo di genio. La Langa ha prodotto i migliori scrittori piemontesi, se non italiani. E Mascarello nella descrizione di come si lavora la vigna, è stato nobilmente letterario. 

Lei è di Cuneo ma le Langhe le ha calcate nella lotta partigiana, e ancora le frequenta. Chi sono i langhetti?
È vero, io sono di Cuneo, sono… grigio. I langhetti sono più spiritosi, sono artisti e scrittori, ma sono spesso dei mattacchioni. E anche dei sòla, ogni tanto, come quelli che provano a venderti il Colosseo.  

Lei cita Dionisotti su cosa significhi essere piemontese: “Se non me lo chiedi lo so, se me lo chiedi non lo so”. Per lei cosa vuol dire essere piemontese?
Intanto l’accento, che non si perde mai. Riconosco al volo uno di Torino, di Alba… E poi credo che l’impronta vera del Piemonte sia stata quella militare. L’esercito era concepito in modo da conoscere la programmazione e la previsione. È un popolo che organizza e prevede il suo futuro, a differenza del resto d’Italia dove l’improvvisazione è dominante. Noi sappiamo cos’è lo Stato. A Roma non ancora. 

Un discorso che stride con i sentimenti di unità nazionale.
Infatti secondo me, probabilmente, si è sbagliato a fare l’unità d’Italia. 

Recentemente ha fatto infuriare i napoletani, sostenendo che la loro è la culla del malaffare e del disastro sociale. Eppure sotto i Borbone Napoli fu una culla anche di civiltà, di letteratura, di progresso scientifico.
Sì, ma a un certo punto per un piemontese il discorso sul meridione è inutile. C’è un qualcosa di incorreggibile in quella società, che non solo non migliora ma peggiora. Oggi Napoli è una città invivibile. Uno come me, che ha iniziato a fare il giornalista di inchiesta andando a Napoli e a Palermo, si è accorto sbigottito di cos’era quell’Italia di cui Cavour aveva paura. E oggi si accorge che non è cambiato niente. I meridionali devono rendersi conto che il loro prodotto sociale, la mafia e la camorra, è entrato a far parte dello stato e lo sta riducendo a una crisi che forse sarà definitiva. Sono cose che non succedono da nessun’altra parte, né in Spagna né, per dire, in Algeria. 

Torino, Roma, poi Milano. Perché ha scelto di restare qui?
Perché a Milano ci sono i giornali, chiarissimo. A Dogliani, da mia figlia, non c’è questa gran vita intellettuale… Solo un bar e un ottimo salumiere. Ho provato Torino e Roma. Da un punto di vista professionale sono città più difficili, più biliose. Invece il lavoro, qui, è meglio che in tutto il resto di Italia. Ancora adesso conosco molto meglio Torino che Milano, qui non saprei indicare quasi nessuna strada. La mia, insomma, è stata una ragione puramente utilitaristica. 

Non vive la città ma vive il suo quartiere.
Ora che sono vecchio vivo solo la mia casa, esco solo ogni tanto. O per andare a trovare mia figlia in Langa o in montagna, in Val d’Aosta.  

Mi lasci con un messaggio di speranza: leggo che lei non nutre fiducia nella gente perché la sua esperienza le ha insegnato che gli uomini non possono sperare in un futuro di miglioramenti. La sua è una sentenza definitiva?
Nel mio lavoro, nel giornalismo, per esempio io sono stato molto fortunato. Direttori come Pietra e Scalfari sono stati bravi e generosi. Ci sono state delle belle esperienze. Nella lotta politica attuale, però, trovo mediocrità e carogneria terribili. Non impariamo niente dal passato. Lei è giovane, io che sono vecchio mi sono convinto che la gente non sia così buona come si usa dire. Anzi, penso sempre più che la gente sia mediamente cattiva.

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4 Comments »

  • Amedeo said:

    Complimenti all’intervistatore e all’intervistato.
    Amedeo

  • Mauro said:

    Forse è off-topic, però sono sia ignorante che curioso: Bocca ha mai giustificato in qualche modo la sua adesione al manifesto della razza? Non ho intenzioni provocatorie, sia chiaro.

  • Ghost Rider said:

    Dubito che Bocca intervenga su questo blog e io i retroscena non li so. Il gesto è naturalmente inqualificabile, ma c’è anche da dire che aveva 18 anni (se Wikipedia non mi inganna).

    Non so se Federico da buon giornalista ne sa qualcosa in più

  • Provinciadialba » Blog Archive » Di pecore nere e di pecoroni said:

    [...] Nel condensato di Langhe Doc per ora disponibile trovate Giorgio Bocca, col quale abbiamo parlato pochi mesi fa; e vedete all’opera alcuni eretici dell’albese. Gente che non ci sta, non paga per [...]

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