L’universo provinciale del balon
pubblicato sul manifesto il 26 ottobre 2007
di Marco Giacosa
Quando manca un gioco alla fine della partita spettatore Nebo estrae un taccuino dalla tasca della giacca e inizia a depennare i nomi di chi gli ha passato più o meno gambe, dice pagherò e specifica, sentendosi in dovere, “ho sempre pagato”. Gli spettatori attorno a lui tacciono e commentano con presunta indifferenza le ultime azioni di gioco. Nebo conta la mazzetta di gambe, che sarebbero i biglietti da cento euro intascati a inizio partita da chi ha voluto scommettere sul vincitore dell’incontro e pure sul punteggio, annota qualcosa e si rialza in piedi. “Fuori ai 40”, grida, “fuori ai 40, dai, ultima giocata, lo do ai 40”.
Siamo allo sferisterio di Dogliani, paese in provincia di Cuneo in cui si gioca la finale di andata del campionato di serie A di pallapugno. E’ uno sport diffuso e praticato nel basso Piemonte e nella porzione di Liguria che nulla ha a che vedere con le spiagge e i turisti. Le capitali – geografiche, ancorché per galloni – sono Alba e Imperia, le colline e le terrazze, la vite e l’ulivo, ovvero mani di contadino che colpiscono una sfera.
Pallapugno si chiama questa disciplina in lingua italiana, “balon”, da leggersi balùn, in dialetto, che di questo sport è la lingua ufficiosa. “Si chiamava pallone elastico, poi nel 2003 abbiamo deciso di cambiargli il nome, per modernizzarci e soprattutto per identificare il gesto atletico”, dice Federico Matta, addetto stampa della FIPAP, la Federazione ufficiale associata al CONI, 300 tesserati che partecipano ai campionati di serie A, B, C1 e C2 e 700 atleti di formazioni giovanili. “Negli ultimi tre anni abbiamo raddoppiato il numero di squadre giovanili: un trend in ascesa rispetto al passato”.
Il passato è un pezzo di storia dell’Italia di periferia, dei contadini che gremivano la domenica le piazze delle Langhe e i carrugi dell’entroterra e giocavano alla pantalera, che della pallapugno è una variante appena percettibile. Il passato porta il nome del piemontese Augusto Manzo, ancora oggi ritenuto il più grande di sempre, che ebbe nel ligure Franco Balestra il suo Bartali e assieme, nel 1951, attirarono cinquemila persone allo sferisterio di Torino lo stesso giorno del derby calcistico. Poi vennero gli anni ’60 e con i soldi si costruirono impianti nuovi e più capienti, arrivarono Bertola (classe ’42, dodici scudetti, altra pietra scolpita nel tempio del pallone) e Berruti (un dandy, il primo vero personaggio anche fuori dal campo, oggi pittore a Canelli), e giunse l’attenzione dei media. Poi l’inversione di tendenza, alla fine degli anni ‘70: via il dialetto dalle case, via la palla dalle piazze, il calcio esplode, la pallapugno implode. La televisione ha contribuito, certamente, come ha contribuito la corsa collettiva alla modernità, al raggiungimento di status sociali che altri sport garantivano e garantiscono con riscontro quasi immediato. Guardatelo: è uno sport assolutamente antitelevisivo. C’è un campo di novanta metri, largo quindici, un muraglione enorme delimita uno dei due lati lunghi, il manto è un misto di terra battuta e sabbia, ci sono due squadre, quattro giocatori per squadra, uno di questi è il capitano. Spetta a lui prendere sette, otto metri di rincorsa e tirare una mazzata al pallone – gomma dura, 190 grammi, 10,5 cm diametro – con il pugno fasciato di bende (e gomma) e spedirlo più avanti possibile. I più potenti arrivano a 80 metri, gli altri si fermano un po’ prima. Chi riceve, l’altro capitano, al volo o lasciando rimbalzare una volta, rispedisce al mittente la sfera. Quelli in mezzo hanno il compito di fermare il pallone quando muore, ovvero quando fa due o più rimbalzi. La morte della palla, più avanti possibile: questo è lo scopo ultimo del gioco, questo è ciò che darà i punti, che farà avanzare il punteggio a 15, 30, 40, vantaggi, gioco, proprio come nel tennis, in una partita che di set ne ha uno solo e arriva a 11. Ora: il problema non sono tanto gli scambi quanto i cambi di campo. I pugni al pallone producono un suono tondo e caldo e sono altamente spettacolari, già soltanto per la plasticità del gesto atletico. Il problema è che uno scambio, per intenso che possa essere, può durare dieci, venti secondi, e ogni quattro scambi si cambia campo, e a percorrere i novanta metri e a prepararsi alla battuta l’ultimo atleta impiega anche un minuto. Tempi televisivi impossibili per un’eventuale diretta.
Allora la domanda è: come può la pallapugno sopravvivere al futuro?
Il legame tra passato e futuro passa per Dogliani. Sono in campo Roberto Corino e la sua vittima sacrificale, Oscar Giribaldi. Invero le squadre recano nella dicitura il nome del club e quello dello sponsor, e in più ci sono gli altri giocatori, una spalla e due terzini – come vengono definiti – per ognuno, ma in sostanza contano i capitani e il fuoco che sprigionerà il loro pugno, e a quei nomi il pubblico e gli addetti ai lavori riconducono la sfida. Roberto Corino ha finora dominato, forza fisica e potenza atletica non raggiunte dagli avversari. Oscar Giribaldi è l’outsider che nessuno avrebbe detto in finale. Nelle semi ha fatto fuori Alberto Sciorella, sulla carta il secondo migliore. La finale che non c’è ha padre incerto: è diffusa sugli spalti l’idea che il vecchio Sciorella (un decennio di onorata carriera alle spalle) abbia lasciato spazio cedendo alle lusinghe economiche del presidente della squadra del giovane rivale, ragioni economiche unite a promesse di mercato che dovrebbero favorirlo la prossima stagione. Per questo il sacrificio è imminente, e per questo Giribaldi è dato “fuori ai sei”, da spettatore Nebo e dalla maggior parte del pubblico che non scommette. Ma ci arriveremo dopo.
Prima la banda suona l’inno di Mameli (e lo speaker ordina a tutto il pubblico: alzatevi in piedi), prima c’è la presentazione delle squadre e degli arbitri, griffati “Rinaldo Muratore, agenzia immobiliare dal 1969” (nel calcio, Diadora). Giribaldi giochicchia: la sua battuta raggiunge soltanto settanta metri, quando va bene, ma tiene bene il palleggio e Corino è costretto spesso a indietreggiare. 1-0, 1-1, 2-2, poi Corino va 5-2 ma l’altro rimonta: sul 6-4 si va a riposo. La partita è bella, il pubblico si diverte, e scommette.
Sono dette “traverse”, in piemontese, e sono la croce di questo sport. Prima erano legali, poi, negli anni ’70, le hanno abolite. Vietate, si intende, il che non significa che siano sparite. C’era, c’è stato, fondato, il sospetto che i giocatori vendessero le partite a seconda di quanto il banco avesse racimolato. Non ci furono inchieste, né processi, ma tanto s’insinuò che alcuni preferirono, per sgombrare dai dubbi il campo, che dal campo sparissero i totalizzatori e le casse, con tanti saluti al fisco. La leggenda narra di cascine perse e patrimoni dilapidati, le domeniche del balon, dai contadini che scendevano agli sferisteri dalle colline convinti di risalirle arricchiti. Nel settore delle scommesse – lo sferisterio non è grande, ha un migliaio abbondante di posti a sedere che oggi sono quasi tutti occupati – spettatore Nebo è in fermento. Non guarda la partita, rivolge anzi le spalle al campo, per quasi tutto il tempo. Riceve una banconota da cinquanta euro da un tipo che gli dice, in piemontese, “fuori ai quaranta”. Nebo si indirizza a quelli sui gradini in alto e inizia a urlare il patto, qualcuno lo accogliesse. Uno ci sta, estrae il portafoglio e dà a Nebo pari importo. A questo punto si guarda l’incontro. Corino vola 30-0. Gli sguardi dello spettatore scommettitore e dello spettatore che ha accettato la scommessa sono, più che impassibili, indifferenti. Osservano e commentano, proprio come gli altri. 40-0. “Fuori ai 40” significa che chi perde il gioco – quello che nel tennis è il game – non arriva a 40. Se si va 40 pari, colui che ha proposto la scommessa perde. Ma stavolta vince: Nebo prende atto della fine del gioco, si avvicina e dà cento euro al vincitore. Nebo è di fatto l’intermediario, il broker di fiducia dell’intero settore, e chi va a sedersi lì sa perfettamente che sta sedendo accanto alla storia e con i suoi occhi vedrà la partita. L’incontro, intanto, volge al termine. Corino conduce 10-6. Il sangue della vittima scorre, ma non a fiumi. Nebo apre il taccuino. “Fuori ai 6”, dove stavolta 6 sono i giochi complessivi: chi ha scommesso contro questa dicitura, questa convezione linguistica, questa posta, ha vinto. E’ l’ora della conta. Nebo depenna, e segna quanto deve. Nebo è il banco, e il banco vince, sempre. E – scopriamo – si becca pure la provvigione sul brokeraggio, a partita finita.
Se parli con la Federazione ti viene detto, ovviamente, che le scommesse, forse, magari, è possibile che un tempo fossero la piaga di questo sport. Ma oggi è uno mondo pulito, in ripresa, cui è stata data un’impronta manageriale puntando sui giovani, sulla comunicazione e sul rispetto delle regole. E’ stato introdotto l’obbligo di squadre giovanili per chi gareggia nei campionati degli adulti, pena penalizzazioni addirittura in classifica, e sono stati raggiunti accordi con parecchie televisioni locali che mandano in onda spezzoni registrati di molte partite, oltre a un richiamo alla disciplina nei rapporti tra squadre e Federazione.
E i giovani sono parecchi anche tra il pubblico. Brillano gli occhi di ragazze carine che nulla hanno delle loro zie o nonne che su queste colline sono cresciute e hanno tifato per i pugni di Manzo e di Bertola. C’è il banchetto dei libri, perché di libri sulla pallapugno ne sono stati scritti parecchi, biografie di campioni o storie di collina, libri editi da case editrici locali, con il codice SIAE.
La televisione locale è presente, riprende la partita, e ha mandato per le interviste il volto noto del TG delle sette di sera. C’è anche una videocamera, perché l’associazione giocatori ha raggiunto un accordo con un sito internet, 24 ore di pallone elastico, registrate, in web tv.
E ci sono, soprattutto, la palla e il pugno. Che poi è questo il segreto della sopravvivenza dello sport cui danno il nome, “per modernizzarsi”. La palla e il pugno, il gesto primordiale, giacché un bambino cui doni una palla fa due cose, ancor prima di schiacciarla al di là di una rete o di indirizzarla verso un cesto: o le dà un calcio, o le dà un pugno. E se il calcio segue i tempi e anzi li precorre, la pallapugno cammina adagio dribblando le ombre dei campioni che furono e le scommesse che sono, i dialetti che non sono più e l’impronta manageriale che sarà. Ma cammina, e continuerà a farlo finché ci sarà un bimbo che alla palla darà un pugno.
E’ poi finita 11-6 per Roberto Corino, il favorito. Sabato prossimo la rivincita. La finale è al meglio delle tre. Se Corino vince, è campione d’Italia di pallapugno. Altrimenti la bella. Chissà Nebo, a quanto la darà.















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